Crescita| PIL della Felicità

Cosa farebbe Siddharta se vivesse nella nostra società?

Si lascerebbe sedurre dagli sfarzi, dalle promesse di miglioramento continuo?
Oppure si rifugerebbe in se stesso e si opporrebbe all’unico vero dogma rimasto nella società capitalista?

Me lo chiedo da un’isola — una delle più piccole e meno frequentate della Thailandia — mentre ascolto Siddharta in cuffia.
Lo so, sembra una scena un po’ troppo costruita. Ma la normalità è inflazionata, lo sappiamo.
A proposito di economia e PIL.


La nostra società ha abbandonato quasi tutte le dottrine e le religioni.
Vengono considerate credenze obsolete, arcaiche, strumenti di controllo.

Ce n’è una, però, sulla quale non si transige: il prodotto interno lordo.
La crescita del capitale. Il fare di più, produrre di più, avere di più.

È il modello in cui siamo cresciuti. Quello che conosciamo meglio.

Ma mi chiedo:
e se esistesse un altro indicatore?
Uno che misurasse qualcosa di diverso dalla crescita?


Siddharta mi ha colpito su due punti precisi:
la centralità della propria essenza più profonda e la riduzione dei bisogni.

Chi sono io?
Cosa voglio davvero?
Di cosa ho davvero bisogno?

Sono domande che sono diventate il mio pane quotidiano, da quando ho smesso di occuparmi di sistemi di reporting e data strategy.
Con qualche rimpianto, per onestà.

Ma soprattutto:
come si fa a essere contenti di quello che si ha?


Ho vissuto per anni con la sensazione permanente di volere qualcosa in più.
L’ho sempre associata al cibo — la mia ingordigia, la chiamavo — ma in realtà era ovunque.

La casa: la voglio più bella. Il terrazzo. L’aria condizionata. Vivere in centro.
Le vacanze: sì il Brasile, ma Cuba è stata più divertente. Sì le Seychelles, ma il mare pensavo meglio.
Le relazioni: sono pieno di amici, ma mi sento solo lo stesso. E con le ragazze? Quando arriva quella giusta?
Il lavoro: io sono bravo, questi non mi meritano. Chiedono sempre e non danno mai.

E mi dimenticavo degli aumenti in busta paga, delle gratificazioni sempre arrivate.

Potrei andare avanti ore.

Siddharta chiama tutto questo “sete”.
Non è una metafora poetica — è una diagnosi precisa.

La sete non si spegne bevendo di più.


Pensa se domani tutti provassero quello che sto provando io.

L’aumento? No grazie, va bene così.
Una casa più grande? Ma no, ho già spazio.
Produrre di più? E perché, se nessuno consuma?

Non so cosa succederebbe.
La generazione di profitto è il seme su cui nasce tutto il sistema.

Ma questo esperimento mentale mi affascina.


Molte persone pensano che la mia vita ora sia meravigliosa.
E io non la sento così — l’ho già detto più volte.

La sento però molto più mia.
Più consapevole. Più presente.

E una delle cose che sto imparando è che esiste anche un altro indicatore.

Il FIL.
Il Felicità Interno Lordo.

Non ho una ricetta universale.
Ma so che nella mia vita il mix ottimale tra PIL e FIL non è quello della società.

È il mio.

E trovarlo — questo — è forse il lavoro più importante che abbia mai fatto.

Siddharta, credo, sarebbe d’accordo.


🇬🇧 Happiness GDP


What would Siddhartha do if he lived in our society?

Would he be seduced by luxury and constant self-improvement?
Or would he turn inward and resist the last true dogma of capitalism?

I ask myself this from a small island in Thailand — one of the least crowded — while listening to Siddharta in my headphones.
I know, it sounds a bit too cinematic. But normality is overrated.
Speaking of economy and GDP.


Our society has abandoned almost all doctrines and religions.
They are seen as outdated, tools of control.

But one belief remains unquestioned: GDP.
Growth. More production. More consumption. More.

It’s the system we grew up in. The one we know best.

But I wonder:
what if there was another metric?
One that measures something different from growth?


Siddhartha struck me on two key points:
the importance of one’s inner essence and the reduction of needs.

Who am I?
What do I really want?
What do I truly need?

These questions have become part of my daily life since I left my work in reporting and data strategy.
With some regret, to be honest.

But most of all:
how do you become satisfied with what you have?


For years, I lived with a constant feeling of wanting more.
I used to associate it with food — my “greed” — but it was everywhere.

My home: bigger, better, with a terrace.
Travel: Brazil was great, but Cuba was more fun. Seychelles… expected more.
Relationships: many friends, yet still lonely. And love? When will the right one come?
Work: I’m good, they don’t deserve me. They take, never give.

And I forgot about the raises, the recognition I actually received.

I could go on forever.

Siddhartha calls this “thirst.”
Not poetic — precise.

Thirst is not quenched by drinking more.


Imagine if tomorrow everyone felt what I feel now.

A raise? No thanks, I’m good.
A bigger house? I already have enough.
More production? Why, if no one consumes?

I don’t know what would happen.
Profit is the foundation of our system.

But this thought experiment fascinates me.


Many people think my life now is amazing.
And I don’t feel it that way — I’ve said it before.

But it does feel more mine.
More aware. More present.

And one thing I’m learning is that another metric exists.

HGDP.
Happiness Gross Domestic Product.

I don’t have a universal formula.
But I know that in my life, the right balance between GDP and HGDP is not society’s.

It’s mine.

And finding it might be the most important work I’ve ever done.

Siddhartha, I think, would agree.

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