🇮🇹 Italiano:
3, 2, 1… e si parte. Nuova destinazione, nuova corsa, nuove emozioni.
Ci sono momenti in cui senti che sta iniziando qualcosa di importante. Il 21 maggio è stato uno di quelli.
Finalmente, dopo un primo approccio teorico con un corso online, è arrivato il momento dell’esperienza vera: il corso di coaching con Incoaching, uno dei centri pionieri in Italia. E no, non ha sede a Milano o Roma… ma a Senigallia. Un dettaglio che ho trovato subito affascinante: partire da un luogo inaspettato per un viaggio interiore.
Arrivo senza aspettative, come al bootcamp di WeRoad. Mente aperta, occhi attenti, microfono spento. Siamo in una quindicina, solo due uomini, due docenti e una grande energia sospesa.
La prima cosa che mi colpisce è la voce dei docenti. Calma, sicura, presente. In un attimo capisco quanto conti come dici qualcosa, non solo cosa dici. Parte la presentazione del corso, le certificazioni, la struttura. Ma ancora non sappiamo chi siamo, tra di noi.
Ed è lì che arriva la svolta: il giro di tavolo. Ma non è come quelli a cui ero abituato nei miei precedenti lavori, dove tutti cercavano di brillare elencando risultati. Qui si respira un’altra aria. Il primo trainer apre con la storia dei suoi genitori. E in quell’istante cambia tutto.
Si crea un’atmosfera intima, autentica. Parliamo di chi siamo, prima ancora di cosa facciamo. E capisco quanto conti sentirsi accolti, per aprirsi davvero. I docenti sono veri professionisti: sanno creare spazio, fiducia, silenzio.
Poi si entra nella teoria. Ma non è una lezione noiosa: è un viaggio. Si parte da Socrate, dalla maieutica, dall’idea che non basta insegnare, bisogna far emergere. Il coaching non è un trasferimento di contenuti, è un dialogo che stimola pensiero e consapevolezza. L’allievo scopre, non riceve.
E poi il coaching moderno: dal tennis al business, passando per la psicologia positiva. Tutto ruota attorno a un principio semplice e potente: ognuno di noi ha un potenziale. E il compito del coach è aiutare il coachee a raggiungerlo. Il suo massimo, non quello degli altri.
Nel pomeriggio arriva la pratica. Prima sessione, io faccio da coach. Parliamo di un problema lavorativo, ascolto, faccio domande, cerco lo sguardo. Mi sento nel flusso, presente. Il trainer mi dà feedback: “Buona empatia, buona struttura… ma attenzione: hai compatito. Hai parlato troppo.”
Colpito. Ma ha ragione.
Il coaching non è un momento in cui brillare. Non sei tu al centro. Devi scomparire, con eleganza. Offrire domande, non risposte. Astenerti dal giudizio, anche dal buonismo. È più difficile di quanto credessi. Soprattutto per chi, come me, ama parlare.
Ecco cosa ho capito, fin da subito: questo percorso farà bene a me, prima di tutto. Mi aiuterà a crescere, a conoscermi meglio, a lasciare spazio all’altro senza perdere me stesso.
Credo profondamente nel potere dell’ascolto non giudicante. E penso che, se tutti ci abituassimo – non necessariamente a diventare coach, ma semplicemente ad ascoltare per il gusto di farlo – a esserci davvero per l’altro, senza farci guidare dall’ego… il mondo sarebbe un posto migliore.
E sì, ne sono convinto: diventerò un buon coach. Non perfetto, ma vero.
E questo è solo l’inizio.
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🇬🇧 English:
3, 2, 1… let’s go. A new destination, a new race, new emotions.
There are moments when you just know something important is beginning. May 21st was one of those.
After a theoretical start with an online course, it was time for the real experience: the coaching program with Incoaching, one of the pioneering training centers in Italy. And no, it’s not based in Milan or Rome… but in Senigallia. An unexpected place for an inward journey—and that intrigued me right away.
I came in with no expectations, just like at the WeRoad bootcamp. Open mind, focused eyes, muted mic. About fifteen of us, just two men, two trainers, and a charged atmosphere.
The first thing that struck me was the trainers’ voices—calm, confident, grounded. I instantly realized how much how you say something matters, not just what you say. They introduced the course, certifications, and structure. But still, we didn’t know who we were, among each other.
And then came the turning point: the roundtable intros. But unlike past jobs where people tried to impress with achievements, something different happened. The first trainer began with a story about his parents. And everything shifted.
A space of intimacy and authenticity emerged. We shared who we are—before what we do. And that feeling of being welcomed, of being seen, made all the difference. The trainers? Pros. They know how to hold space, build trust, and honor silence.
Then came the theory. But it didn’t feel like theory—it was a journey. Starting with Socrates and maieutics, we explored how true teaching isn’t about pouring knowledge in, but drawing it out. Coaching isn’t content transfer—it’s a dialogue that sparks awareness. The learner discovers, not just receives.
Then we reached modern coaching—from tennis to business to positive psychology. It all centers on one powerful idea: we each have potential. And the coach’s role is to help the coachee reach their personal best—not someone else’s.
In the afternoon, we did our first practice session. I was the coach. We talked about a work issue, I listened, asked questions, held eye contact. I felt in flow, present. The trainer gave me feedback: “Good empathy, solid structure… but be careful—you showed pity. And you talked too much.”
It hit me. But he was right.
Coaching isn’t about shining. It’s not about you. You need to disappear, gracefully. Offer questions, not answers. Stay judgment-free—even free from kindness-as-pity. It’s harder than I expected, especially for someone who loves to talk.
Here’s what I realized, even on day one: this journey will help me grow. To know myself better. To give space without losing center.
I deeply believe in the power of non-judgmental listening. And I truly think that if more of us—without becoming coaches—simply learned to listen for the joy of listening, to be present for others without letting ego take the lead… the world would be a better place.
And yes—I truly believe I’ll become a good coach. Not perfect, but real.
And this is just the beginning.
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