Dialogo | la necessità di parole che ci uniscano

Ieri sera ho discusso di femminismo con un’amica.
Tutto è partito da una storia su Instagram: una donna che esprimeva il suo malessere in modo rabbioso.
Legittimo, certo. Ma mi ha urtato.
E mi capita spesso con questi temi. Mi toccano nel profondo.

Io voglio davvero che le problematiche femminili vengano riconosciute e risolte.
Ma a volte ho la sensazione che, nel far luce sui problemi delle donne, ci dimentichiamo completamente dei problemi degli uomini.

Perché ammettiamolo: per gli uomini è ancora più difficile trovare le parole per parlare di sé.
Siamo cresciuti con l’idea che un uomo debba essere forte, sicuro, performante.
Un uomo “vero” non piange.
Non fallisce.
Non dice che ha paura.
Non ammette se non si sente all’altezza.
Non dice nemmeno se teme di non soddisfare la partner a letto.
E quel modello ti rimane addosso.

È una gabbia.
Una gabbia culturale che fa male a tutti: uomini, donne, relazioni.

Scrivendo queste righe mi rendo conto che non amo parlare di “problemi degli uomini” o “problemi delle donne”.
Preferisco parlare dei problemi delle persone, dei loro bisogni reali, delle loro ferite individuali.
Ognuno di noi ha la propria storia, i propri pesi, la propria sensibilità.

E allora cosa possiamo fare?

Potremmo iniziare dall’educazione sentimentale a scuola.
Creare spazi – anche online, anche anonimi – dove scrivere un pensiero, confessare una debolezza, dire qualcosa che non diciamo mai.
Agevolare gruppi di ascolto, luoghi dove parlare davvero di come stiamo.
Chiederlo ai nostri amici, davvero: “Come stai? Che problemi hai?”
Parlare con gli uomini. E con le donne.

E, soprattutto, insegnare ai bambini – e a noi stessi – che va bene esprimere ciò che abbiamo dentro.
Come lo sentiamo.
Senza vergogna.

Accettare noi stessi e gli altri, senza catalogare troppo: uomini, donne, bianchi, neri, etero, omo.
Meno distinzioni, più ascolto.
Meno etichette, più accoglienza.




🇬🇧 English Version

Last night I had a conversation about feminism with a friend.
It all started with an Instagram story: a woman expressing her discomfort in a very angry way.
Legitimate, of course. But it hit me.
And it often happens with these topics. They touch something deep inside me.

I genuinely want women’s issues to be recognized and addressed.
But sometimes I feel that, while shining a light on women’s struggles, we completely forget about men’s struggles.

Because let’s be honest: for men, finding the words to talk about themselves is even harder.
We grew up with the idea that a man must be strong, confident, and always performing.
A “real” man doesn’t cry.
Doesn’t fail.
Doesn’t admit fear.
Doesn’t say he feels inadequate.
Doesn’t even confess if he fears he can’t satisfy his partner in bed.
And that model sticks to you.

It’s a cage.
A cultural cage that hurts everyone: men, women, relationships.

Writing these lines, I realize that I don’t really like talking about “men’s problems” or “women’s problems”.
I prefer talking about people’s problems, their real needs, their individual wounds.
Everyone carries their own story, their own weight, their own sensitivity.

So what can we do?

We could start with emotional education in schools.
Create spaces – even online, even anonymous – where people can write a thought, confess a weakness, say something they never say.
Encourage listening groups, places where we actually talk about how we’re doing.
Ask our friends, sincerely: “How are you? What are you dealing with?”
Talk with men. And with women.

And above all, teach children – and ourselves – that it’s okay to express what we have inside.
As we feel it.
Without shame.

To accept ourselves and others, without over-categorizing: men, women, white, black, straight, gay.
Less labels, more listening.
Less division, more acceptance.

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