Incontro speciale | un monaco a Koh Mak

Guardati attorno, vedi un taccuino? Spero proprio di sì, eccolo. Guardalo bene. Ora dimmi: cosa vedi?

Questa è l’immagine che mi è rimasta più impressa della mattinata. Una mattinata di quelle che ricorderò per tutta la vita. Lui si chiama Odd, e questa mattina mi ha fatto un enorme regalo.

Mi sveglio malino, un po’ di hangover, tempo di nuovo cupo. Che fare oggi? Vado al market, devo comprare il dentifricio. Già che ci sono faccio benzina. Tutta vita.

Faccio una passeggiata, la marea è alta e la spiaggia di Ao Kao è praticamente inesistente. Colori belli ma grandi nuvoloni, mi perdo nell’interno dell’isola. Camminare mi aiuta sempre nei momenti difficili. Eppure non è abbastanza.

Stamattina, non so come, finisco sulla pagina del Koh Mak Temple. In un’isoletta così sperduta era l’ultima cosa che mi sarebbe venuta in mente. Pensa, come se nella mia amata Lampedusa fossi andato a cercare una chiesa cattolica. Follia. Eppure le recensioni sono poche ma molto buone, e la giornata, in fondo, mi sembra perfetta.

Quando entro nel tempio lascio il motorino e trovo una struttura inaspettatamente grande, bella, ben tenuta. Sembra recente, ma non mi stupisce. In Thailandia molti templi sono stati ricostruiti o ristrutturati — c’è un’idea di restauro molto diversa dalla nostra. Faccio un giro e vedo questo monaco che parla con tre turisti. Il colore arancione contrasta con la pelle leggermente scura, gli occhi intagliati, il capo rasato, l’aria furba e simpatica. Parla un ottimo inglese, mi avvicino.

Odd — questo il suo nome — dice che agli americani piacciono le rock star, le prime donne, Reagan e Bush. Dice che a lui piace Obama. Sto volando. Mi metto ad origliare, sperando che quei tre si levino dai piedi il prima possibile. Avere una conversazione con un monaco è una di quelle cose che volevo fare dal day one, ma che non ero mai riuscito a realizzare. Mi separano solo loro dal momento. La vita, di nuovo, decide di sorprendermi: vanno via. È il momento.

Penso di essere rimasto almeno due ore. A un certo punto mi fermo e penso: sto parlando con un monaco a Koh Mak. E mi sembra tutto surreale, eppure incredibilmente semplice.

Odd è stato un businessman, ha vissuto quindici anni negli Stati Uniti ed è benestante. Due anni fa ha deciso di dare alla sua vita un senso diverso, più grande, e ha scelto di diventare monaco. Ha costruito il tempio proprio dove è cresciuto, ama i dialoghi profondi, le connessioni vere, e ha deciso di aprirsi, di accogliere le persone a casa sua. Va a dormire alle otto di sera, a digiuno, si sveglia tra le due e le tre di notte e si gode la pace del buio, quando tutti dormono. Dall’alba inizia il suo lavoro: stare con le persone. È sempre sorridente e mette tutti a proprio agio.

La sua passione per il buddismo nasce da un libro, Siddharta, scritto da un autore austriaco. Gliel’ha regalato un americano hippie quando viveva negli States. Un incontro, un dono, una lettura che gli cambia la vita. Da lì ha iniziato a studiare tutte le religioni, cercando di coglierne il meglio. Mi dice che il buddismo è più una filosofia, uno stile di vita, che una religione. Buddha non voleva essere idolatrato, voleva insegnare alle persone a esplorare il proprio mondo interiore.

A un certo punto torniamo al taccuino. Odd mi guarda negli occhi e mi chiede cosa vedo. C’erano tre porcellini disegnati sopra, ma mi sembrava una risposta troppo semplice, quindi taccio. Poi mi spiega che uno dei problemi dell’uomo è fermarsi alle apparenze, vedere solo un oggetto, un pezzo di carta con una copertina. Ma dietro c’è molto di più: ci sono persone che lavorano, e ancora dietro, degli alberi. Bisogna andare in profondità. Sempre.

Parliamo di aiutare gli altri. Mi dice che, secondo lui, è impossibile aiutare davvero qualcuno. Bisogna prima aiutare se stessi, migliorarsi, impegnarsi, e poi condividere la propria esperienza. Chi vorrà prenderà qualcosa, chi non vorrà no. All’inizio mi stona, poi mi entra dentro.

Gli parlo della frase take care of yourself. Se la guardi in superficie è solo un saluto, ma se ci entri dentro c’è tutto. Prenditi cura di te è forse la cosa più difficile e più bella che possiamo augurarci. Sorridiamo.

È molto onesto: mi dice che il benessere economico è importante, che se deve scegliere tra i problemi di una persona ricca e una povera sceglie quelli della persona ricca. Ma aggiunge che il problema dei soldi è spesso sovrastimato: le persone che fanno del bene, che si fanno voler bene, troveranno sempre qualcuno disposto ad aiutarle.

Parliamo di luce e buio. Nella vita ci sono entrambi, sempre. La differenza sta in cosa scegliamo di vedere e in cosa decidiamo di alimentare. Nasciamo, moriamo, ci ammaliamo: è normale, va accettato. Ma tutto il resto dipende da noi. Prima persona, presente. Sempre.

A un certo punto gli chiedo se si annoia. Mi dice che è il maestro della noia: ogni giorno, dalle due alle otto del pomeriggio, non fa nulla. Niente social, niente distrazioni. Solo silenzio, e le persone, se passano. Lo guardo e non so se invidiarlo o ammirarlo, forse entrambe le cose.

Allora gli chiedo se è felice. La risposta è sfumata, o forse sono io che non l’ho capita fino in fondo. Ma quello che mi resta è questo: sì, è felice, perché sceglie di esserlo.

Si fanno le due, ho una sessione di coaching e non ho pranzato. Sarei potuto restare lì per ore, in qualcosa di così lontano dalla mia realtà e allo stesso tempo così vicino alla mia essenza. Mentre torno al motorino capisco una cosa: Odd ha costruito una vita attorno a ciò che ama, capire cosa significa vivere bene e condividerlo. Non lo fa per fama, non lo fa per soldi, lo fa perché è lì che ha trovato il senso.

E io, guardandolo, mi sono commosso. Perché è esattamente dove voglio andare anch’io. Non fare il monaco, ma vivere quella stessa ricerca e condividerla con chi ha voglia di camminare insieme.

Sono un quarantaduenne incompiuto che sta vivendo una delle esperienze più belle e inaspettate della sua vita. E questo pezzo è per chi, come me, ha voglia di chiedersi come si vive bene, e ha voglia di ascoltare.

Cosa imparo oggi? Quando sei giù, il tempo è brutto, la testa non gira, devi trovare il coraggio di vivere lo stesso. Chiudi il cellulare, esci, incontra persone, raccontati — con le tue imperfezioni, le tue insicurezze. Nessuno vedrà mai quello che hai da offrire se ti fermi al taccuino.




🇬🇧 A special encounter | a monk in Koh Mak

Look around, do you see a notebook? I hope so. There it is. Look at it carefully. Now tell me: what do you see?

This is the image that stayed with me the most from this morning, one of those mornings I will remember for the rest of my life. His name is Odd, and this morning he gave me a huge gift.

I wake up feeling off, a bit of a hangover, grey sky again. What should I do today? I go to the market, I need toothpaste, and I get some fuel. Real life. I take a walk, the tide is high and Ao Kao beach is almost gone. Beautiful colors, heavy clouds, I get lost inside the island. Walking usually helps me, but today it’s not enough.

Somehow I end up on the Koh Mak Temple page. On such a small island, it was the last thing I would have thought of. Yet the reviews are few but great, and somehow it feels like the right choice.

When I enter the temple, I find a surprisingly big and well-kept place. I see a monk talking to three tourists. Orange robe, sharp eyes, shaved head, a smart and kind presence. He speaks very good English, so I move closer.

His name is Odd. He jokes about Americans liking rock stars and strong leaders, says he likes Obama. I’m already hooked. I listen, waiting for the others to leave. Talking to a monk is something I’ve wanted to do since day one, but never really managed. Then suddenly they leave. It’s my moment.

I stay for about two hours. At some point I stop and think: I’m talking to a monk in Koh Mak. It feels surreal, yet incredibly simple.

He used to be a businessman, lived fifteen years in the US, he’s well off. Two years ago he decided to give his life a different, bigger meaning, and became a monk. He built the temple where he grew up, loves deep conversations and real connections, and opened his home to people. He sleeps at 8 PM, wakes up at 2 or 3 AM, enjoys the silence of the night, and from sunrise he simply meets people. Always smiling, always present.

His passion for Buddhism started from a book, Siddhartha. A gift from an American hippie. One meeting, one book, a life change. Since then he studied many religions, trying to take the best from each. He says Buddhism is more a philosophy than a religion, a way of living. Buddha didn’t want to be worshipped, he wanted people to explore themselves.

At some point we go back to the notebook. He looks at me and asks what I see. Three little pigs were drawn on it, but I stay silent. Then he explains that one of our biggest problems is stopping at the surface. We see objects, but behind them there are people, and behind them trees. We must go deeper. Always.

We talk about helping others. He says you can’t really help others, you can only work on yourself, improve, and then share your experience. People will take what they need. At first it feels off, then it makes sense.

We talk about take care of yourself. On the surface just a phrase, but inside everything. Take care of yourself might be the hardest and most beautiful wish.

He is honest: money matters, but the problem of money is often overestimated. People who do good and are loved will always find help.

We talk about light and darkness. Both are always there. What matters is what we choose to see and what we decide to feed. Life happens, illness happens, death happens. But the rest is up to us. First person, present tense. Always.

I ask him if he gets bored. He smiles and says he is the master of boredom: every day from 2 PM to 8 PM he does nothing. No phone, no distractions, just silence and people, if they come. I don’t know if I envy him or admire him. Maybe both.

Then I ask if he is happy. The answer is subtle, but what stays with me is this: yes, he is happy, because he chooses to be.

I have to leave. As I walk back to my scooter, I realize something: he built his life around what he loves, understanding what it means to live well and sharing it. Not for money, not for fame, but for meaning.

And I felt something inside, because that’s exactly where I want to go. Not to become a monk, but to follow that same question and share the journey.

I’m a 42-year-old unfinished man living one of the most unexpected and beautiful experiences of his life. And this piece is for anyone who, like me, wants to ask how do we live well, and is willing to listen.

What did I learn today? When you feel low, when the weather is bad, when your mind is foggy, you still have to live. Close your phone, go out, meet people, show yourself with your imperfections and fears. No one will ever see what you have to offer if you stop at the notebook.

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